lunedì 13 gennaio 2025
Lunedì Luna
domenica 12 gennaio 2025
Una giornata a Thiruvananthapuram
![]() |
| Padmanabhaswamy Temple |
Cominciamo dal nome: thiruv-anantha-puram, la città del signore Ananta. Pronunciandolo una cinquantina di volte di seguito c'è la speranza di riuscire a memorizzarlo correttamente. Gli inglesi non se ne sono mai preoccupati e hanno semplificato in Trivandrum. Siamo nella capitale dello stato del Kerala il cui simbolo è il tempio Padmanabhaswamy che contiene una statua reclinata del dio Padmanabha, una incarnazione di Vishnu, che dorme sul serpente Ananta. Il serpente arrotolato sulle proprie spire forma un letto su cui il dio dorme un sonno yogico, cullato dalle onde dell'oceano universale. Nella religione induista il ciclo della vita è governato da tre divinità principali, Brama che rappresenta la nascita, Vishnu la vita e Shiva la morte. Il tempo in cui l'uomo vive è quello più lungo rispetto alla nascita e alla morte che vengono viste come eventi momentanei e quindi Vishnu è il dio più importante e venerato. La città di Thiruvananthapuram gli ha dedicato una statua lunga 18 metri attorno a cui ha costruito il tempio dal quale si sviluppa l'esistenza della città stessa. L'origine del tempio risale a 5 mila anni fa. Nel tempo è stato ricostruito e ampliato fino alla forma odierna in granito che è stata realizzata nel diciottesiomo secolo. L'ingresso ai non hinduisti è proibito per cui dobbiamo accontentarci delle immagini da fuori, anche a una certa distanza. Oltre che per motivi religiosi la distanza è dovuta a motivi di sicurezza perchè nel 2011 in alcune stanze segrete sotto il tempio è stato trovato un tesoro di oro e gioielli la cui origine non è ancora chiara.
Prima di portarci a fare la foto della copertina della guida turistica allo stato del Kerala, il nostro autista ci ha portate al tempio di Attukal Bhagavathy, il tempio delle donne, nel quale siamo invece potute entrare, ma niente foto, assolutamente proibite, dovete accontentarvi della mia descrizione. E' un tempio entrato più volte nel guinness dei primati per un festival che si tiene annualmente in cui le donne si riuniscono intorno al tempio e cucinano un dolce di riso come offerta a Parvati, la moglie di Shiva, a cui il tempio è dedicato. Nel 2009 il numero di donne partecipanti all'evento è stato 2,5 milioni.
Una volta parcheggiato in uno sterrato dove autobus locali, macchine private e tuc tuc sostavano in ordine sparso, abbiamo attraversato la strada con la nostra guida che fermava le macchine perchè non ci asfaltassero -si fa per dire, asfalto ne abbiamo visto poco. Siamo entrate nel cortile antistante la porta del tempio dove abbiamo lasciato le ciabatte e comprato delle corone di fiori da portare in offerta. In India ci sono tre posti in cui non si entra mai a mani vuote: il tempio, una casa con una donna incinta e una casa in cui c'è un neonato. Seguendo la fila dei fedeli anche io, Manu e la nostra guida ci siamo incamminati attraverso la porta che introduce a uno spazio aperto, come un cortile interno, in cui si procede seguendo un percorso che porta davanti a piccoli templi, ciascuno abitato da una statua di una delle divinità induiste a cui i fedeli pregano. Io e Manu le uniche occidentali per tutta l'esperienza. Il cortile è parzialmente coperto da un tetto in rame attraverso il quale l'energia si diffonde. Religione a parte, i luoghi di culto sono posti ad elevato contenuto di energia, catalizzata dalle statue e immagini sacre. In occidente ci scambiamo questa energia con il contatto fisico, la stretta di mano, l'abbraccio, mentre in oriente per motivi igienici si uniscono le mani davanti al petto, con i pollici a contatto dello sterno e ci si saluta così. L'energia si scambia attraverso la punta delle dita, da una persona all'altra, senza toccarsi, come utilizzare un wireless. Unendo le mani davanti al petto nel tempio delle donne ho sentito la punta delle mie dita formicolare, come se trasmettessero una leggera scossa elettrica. Proseguendo nel percorso obbligato, la nostra guida ci ha segnato la fronte prima con la cenere, per asciugare l'umidità della doccia mattutina, poi con la curcuma che fa da antisettico e protegge dai mali, poi con la polvere di sandalo che calma il sistema nervoso e apre la strada alla spiritualità.
Abbiamo avuto la fortuna di assistere a due riti, protagonisti di entrambi i bambini. Nel primo, il bambino veniva pesato su una grande bilancia a due piatti, su uno stava il bimbo e sull'altro la famiglia metteva il corrispondente del suo peso in cibo che veniva poi lasciato in offerta al tempio il quale a sua volta ne restituisce 1/3 alla famiglia. La mamma del bambino ci ha offerto una banana che abbiamo ricevuto con due mani scambiandoci grandi sorrisi. La nostra guida ci ha spiegato che il cibo è l'offerta migliore e più gradita anche perchè è l'unica di cui si può dire per certo di aver avuto abbastanza: una volta sazi si smette di desiderare, al contrario di oro o denaro. Nel secondo rito abbiamo assistito effettivamente a uno svezzamento, una bimba di 6 mesi o giù di lì che per la prima volta assaggiava tutti i sapori della cucina indiana: dolce, salato, amaro, agro e piccante. La bimba era in braccio a mamma e papà, con i fratellini intorno, tutti vestiti a festa e con un fotografo che faceva delle foto ufficiali. Proseguendo nel percorso ci siamo imbattuti in una pujia, una cerimonia propiziatoria in cui viene usato il fuoco per rimuovere gli ostacoli e invocare le benedizioni. Anche noi come gli altri in pellegrinaggio abbiamo steso le mani aperte verso la fiamma e portato quell'energia al viso proseguendo poi verso l'uscita. Qui abbiamo notato che sui pilastri in pietra erano scolpite delle scene dal Kama Sutra e la guida ci ha spiegato che anticamente avevano uno scopo educativo, per ispirare i giovani e insegnargli cosa fare, cosa che apparentemente oggi non è più necessaria, ma le sculture rimangono!
Recuperate le ciabatte, siamo risaliti in macchina, tappa successiva è stata la pausa caffè. La nostra guida ci ha portato in un posto specialissimo! Indian Coffee House a Thampanoor, una incredibile costruzione che si sviluppa come una chiocciola in modo da ospitare più clienti possibili. L'architetto è Laurie Baker, un inglese che ha vissuto molti anni India progettando costruzioni a basso costo e a basso impatto ambientale, a vantaggio della parte più povera della popolazione. La costruzione a Thampanoor è dotata di un sistema di aerazione naturale attraverso piccole finestre che consentono di rinfrescare l'ambiente anche nei giorni più caldi. Con meno di 200 rupie, poco più di 2 euro, abbiamo preso un ottimo caffè in tre e offerto la colazione - masala dosa, un pancake grande quanto il piatto ripieno di patate e spezie e servito con varie salse e due ciambelle alla farina di lenticchie- al nostro accompagnatore. Ancora una volta io e Manu eravamo le uniche persone occidentali.
Terza tappa è stato lo shopping, una visita veloce da Fabindia, una catena di negozi di artigianato e abbigliamento frequentato sia da locali che dai turisti. Sfortunatamente le cose più belle non sono facilmente trasportabili, anni fa ho spedito una bellissima trapunta che è stata bloccata alla dogana e costato far entrare in Italia una cifra che era il doppio del suo prezzo. Abbiamo invece comprato in un negozio di tessuti locale degli asciugamani in cotone per la pratica. La gita si è conclusa con un giro in macchina per la città che ci ha portati davanti all'università, al parlamento, a vari spazi espositivi all'aperto e MG street. Ogni città in India ha una strada principale chiamata MG street, in onore al Mahatma Gandhi. La temperatura è parecchio alta, il sole forte e il traffico intenso, ogni spostamento in macchina o a piedi richiede parecchia energia, per cui questa è stata la fine della nostra giornata nella capitale.
Tornate al Peacock Hotel di Kovalam abbiamo salutato la nostra guida ringraziandolo per la giornata trascorsa insieme e con la sensazione di esserci immerse in una parte della cultura locale in un modo che da sole non avremmo mai potuto fare. La giornata si è conclusa con il tramonto del sole e un bell'acquazzone tropicale davanti a un takeaway che avevamo provvidenzialmente ordinato e ritirato poco prima che venisse giù il diluvio... in attesa dell'arrivo di Denise.
![]() |
| Il tempio delle donne |
venerdì 10 gennaio 2025
In shala con Lino
Siamo qui per questo, è ora di parlarne! Per i praticanti di Ashtanga Vinyasa Yoga Lino Miele è una figura leggendaria. Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo è un uomo estremamente carismatico e autorevole, ma con un lato giocoso e una grande empatia che lo rendono estremamente umano. Lino ha imparato questo stile di Yoga dal suo insegnante, Sri KP Jois. Si sono incontrati a metà degli anni ottanta quando durante un viaggio in India Lino e Tina, alla ricerca di un insegnante di Yoga, dopo varie esperienze sono capitati a Mysore nella shala di Pattabhi Jois. La shala era piccola, conteneva al massimo 10 persone, chiusa da una tenda attraverso la quale Lino e Tina videro per la prima volta una classe di Ashtanga Yoga, persone che respiravano e si muovevano in un modo che per loro due, arrivati freschi dall'Italia, era completamente alieno, con l'insegnante, un omone di notevoli dimensioni, che correggeva le posture, allinenado i corpi individualmente, modellandoli seguendo il loro respiro. Lino racconta che Tina avesse velocemente richiuso la tenda alla quale si era affacciata dicendo 'A me quello le mani addosso non le mette!' Poco dopo Pattabhi Jois si affacciò chiedendo 'What do you want?' e così i due giovani italiani decisero di provare anche quell'insegnante nella loro ricerca di un maestro.
Come spesso accade ai principianti, dopo che si gira un po', quando si trova il proprio stile e il proprio insegnante ci si ferma e lì si rimane, come aver trovato la scarpa su misura, niente altro ci fa sentire meglio. E così fu che Lino e Tina cominciarono a frequentare la shala di Pattabhi Jois, anno dopo anno, passando lunghi periodi in India per imparare da lui questo stile affascinante che attraverso respiro e movimento cambia profondamente corpo e mente, bruciando cattive abitudini e comportamenti autodanneggianti insieme a energia e sudore, cambiando modi di pensiero e percorsi neurali che per anni hanno scavato il letto di fiumi profondi nel nostro pensiero, deviando il corso di quei fiumi verso direzioni infinitamente più positive. Lo chiamavano 'Il Leone di Mysore' e poco per volta tanti occidentali iniziarono ad affacciarsi alla tenda di quella piccola shala, incantati da quella magia la cui fama cominciò presto a diffondersi, che li spingeva a viaggiare lontano per conoscerela.
Lino fu uno dei primi a capire che quelle strane parole che il maestro diceva durante la pratica fossero numeri. John Scott racconta che un giorno Lino gli disse 'John, sta contando!' e da lì cominciò il loro studio del sistema del vinyasa, dove ad ogni movimento corrisponde un atto respiratorio e ogni postura in sequenza ha un numero preciso di movimenti e respiri. E' stato Lino con la benedizione del suo maestro a mettere per iscritto il sistema del vinyasa. Il suo libro 'Lo Yoga del Respiro' è il testo di riferimento per la pratica dell'Ashtanga Yoga a livello mondiale.
Dopo aver ricevuto l'autorizzazione a insegnare da Pattabhi Jois Lino ha cominciato a condividere Ashtanga Vinyasa Yoga in tutto il mondo, aprendo scuole in Danimarca, Svezia, Sudamerica, Russia, Italia e scegliendo come base il Peacock Hotel a Kovalam Beach in India dove al momento ci troviamo. Ogni anno, tra fine Novembre e inizio Febbraio centinaia di praticanti vengono da tutto il mondo per imparare da Lino il sistema dell'Ashtanga Vinyasa così come a lui tramandato da Pattabhi Jois. Si dice che un grande insegnante sia come un vaso vuoto, che si riempie della conoscenza ricevuta dal proprio insegnante e così com'è la versa tale e quale al proprio allievo, senza modificare, abbellire o inventare niente quando il sistema è già perfetto. Questo fa Lino e questo pretende dai suoi assistenti. Tutto collima precisamente con quanto ho imparato precedentemente sul mio cammino in questo mondo dello yoga, il messaggio è sempre universalmente lo stesso: 'onora la fonte'.
Arrivate a destinazione dopo le 10 di sera e dopo il lungo viaggio, il primo giorno siamo salite in shala alle 8,30 e fatto una pratica leggera, ma già dal secondo giorno il nostro orario di inizio è stato le 6,30. Si pratica in stile tradizionale, in shala si avvicendano 100-150 persone al giorno, con orario di inizio scaglionato fino a che ci siano praticanti. Arrivato il proprio orario, ciascuno stende il tappetino quando viene chiamato da Lino e comincia la sequenza, sempre la stessa, che con l'esperienza diventa più lunga e impegnativa. La ritualità di movimento unito a respiro in una sequenza sempre uguale porta ad uno stato di meditazione in movimento nel quale si è totalmente presenti. La pratica dura per ciascuno un'ora e mezza-due, poco più o poco meno, dopo il rilassamento finale si arrotola il tappetino e si va via per poi ricominciare il giorno dopo alla stessa ora, per sei giorni a settimana, con il sabato di riposo e i giorni di luna piena e luna nuova una versione ridotta della pratica o riposo. Due sere a settimana si torna in shala per un paio d'ore per pranayama e quello che Lino chiama 'playground', sessioni in cui i praticanti lavorano in coppia e hanno la possibilità di approfondire aspetti sottili della pratica come attivazione dei bandha -muscolatura profonda di pavimento pelvico e basso addome- e tecniche di respirazione. Sempre c'è lo spazio per domande e risposte con l'insegnante.
Il quarto giorno ho iniziato ad assistere in shala. Siamo in 10 assistenti, più gli insegnanti: Lino, Desirèe e Rossana. Con gli assistenti lavoriamo a coppie, quando uno pratica l'altro assiste, il che vuol dire che pratichiamo insieme agli allievi e in shala ci sono sempre 8 persone che lavorano, i 3 insegnanti e 5 assistenti. Vuol dire che ho anticipato la sveglia sul telefono alle 4,30 e devo essere in shala per le 5. Fino ad ora ho prima fatto assistenza e poi praticato, un'ora e mezza ciascuna, salvo rientrare in shala ad assistere anche dopo aver finito la pratica quando c'è bisogno. Quando il numero dei praticanti comicia a rallentare entrano i principianti assoluti e Desirèe tiene una classe guidata mentre gli ultimi praticanti stanno finendo. Questa settimana siamo veramente tanti.
Dal punto di vista della mia formazione come insegnante l'esperienza è impagabile. Ci troviamo davanti ogni forma di corpo, età e condizione, persone con problematiche fisiche e psichiche importanti, veramente qui dentro ci si rende conto che l'Ashtanga Vinyasa è per tutti. Gli insegnanti ci hanno dato una formazione di base e ci informano delle problematiche più gravi, ma siamo noi a doverci regolare davanti all'allievo e assisterlo nel modo corretto, vedendo il corpo e non la forma ideale della postura, aiutando ciascuno a raggiungere il proprio pieno potenziale di quel giorno, senza mai andare oltre. E' sul campo che si impara, una cosa è la pratica personale, cosa totalmente diversa è l'insegnamento. Intuito ed empatia sono requisiti fondamentali per potersi destreggiare. E la prima settimana si è conclusa così, oggi venerdì con una Prima Serie guidata per tutti, da Lino nella shala principale e da Desirèe per i principianti nella shala piccola. Domani sarà giorno di meritato riposo e domenica mattina alle 5,00 comincerà una nuova settimana.
mercoledì 8 gennaio 2025
Dal Kerala, con amore
martedì 1 novembre 2016
Religione vs Pratica Spirituale
Spesso come insegnanti di yoga ci troviamo davanti a questa domanda: lo yoga è una religione?
La risposta è NO, lo yoga non è una religione, ma una pratica spirituale e per questo motivo non diventerà mai una religione. La spiritualità incoraggia le persone ad arrivare alla definizione di giusto e sbagliato attraverso la ricerca personale, la religione impone quella definizione dall'esterno. Nella spiritualità cuore e intelletto hanno la libertà di valutare il concetto di giusto e sbagliato negli insegnamenti che ci vengono dai maestri del passato, quando quella libertà viene meno la spiritualità perde energia e diventa una religione. Quando mente e cuore vengono manipolati e costretti entro i canoni altrui imposti dall'alto, il processo di crescita e trasformazione rallenta fino a fermarsi perchè la trasformazione è possibile solo quando applichiamo praticamente gli insegnamenti nella vita di tutti i giorni. Lo yoga richiede che si pratichi e si faccia esperienza diretta degli insegnamenti piuttosto che semplicemente credere nella loro bontà, richiede che si trovi la lampada e l'accendino e si accenda da soli il proprio lume, solo così si raggiungerà uno stadio più elevato. La maggior parte delle persone non è interessata a fare questo, il cammino richiede troppo sforzo e nessuno arriva mai a meno di averlo percorso tutto fino in fondo, senza scorciatoie o altri che l'abbiano percorso per noi. Solo chi cerca libertà e indipendenza è attratto da un cammino del genere.
Yoga vuol dire unione, di corpo e respiro, respiro e mente, mente e anima fino a connettere tutte le diverse parti che ci compongono, solo con questa connessione si cresce spiritualmente. La crescita si misura in base a quanto la pratica ci manchi quando nella giornata o nella settimana non riusciamo a trovare il tempo per farla. All'inizio si è presi dall'entusiasmo e durante e dopo la pratica ci si sente bene, sentiamo di aver fatto qualcosa di buono per noi stessi a livello fisico e mentale, la concentrazione ci apre il cuore e ci sentiamo puri e bendisposti verso il prossimo e verso il mondo. Più andiamo avanti, più la concentrazione aumenta e le posture vanno a sciogliere le impressioni di ricordi passati lasciati nel corpo, più la mente comincia a penetrare i livelli più profondi del subconscio. Una volta che non ci distraiamo più con i pensieri immediati della vita di tutti i giorni, la mente va a scavare nel cumulo di spazzatura che si nasconde sotto e comincia la seconda fase del cammino. Si cominciano a provare squilibri emotivi difficili da gestire: pensieri negativi, emozioni forti, rabbia, tristezza, depressione. Questo è il momento più difficile, in cui si è tentati di abbandonare il cammino e tornare alle vecchie abitudini perchè vadano a ricoprire quello che la pratica ha tirato fuori. Ma le abitudini sono create da comportamenti ripetuti che ci hanno portato alla situazione di disagio in cui siamo oggi e l'unico modo per superarla è quello di creare nuove abitudini attraverso altri comportamenti ripetuti che volontariamente decidiamo di assumere. Ecco perchè gli yoga sutra raccomandano di praticare con rispetto e per un periodo di tempo prolungato. Quanto prolungato? Non si può ragionare in termini di analisi costi-benefici, contando le ore di pratica e comparandole ai frutti che ne derivano perchè se non vediamo risultati tangibili ci scoraggiamo. La spiritualità non è un investimento a breve termine... è però l'investimento più prezioso perchè non c'è nulla di più appagante che trovare un significato spirituale nella nostra vita. Per rimanere ispirati ed evitare di scoraggiarci possiamo cominciare con obiettivi facili: la salute del corpo o imparare un tecnica, una volta raggiunti questi obiettivi capiamo che il progresso esiste, anche se bisogna andare oltre. Non fissarsi sulla meta finale e su quanto tempo ci vorrà per raggiungerla, semplicemente accettare che è la pratica di una vita nella quale dobbiamo trovare gioia solo per il fatto di farla, senza preoccuparci del risultato finale. E anche quando non abbiamo capito qualcosa o ci troviamo davanti a un cattivo insegnante la pratica ci porterà sempre qualcosa di buono perchè la Verità e la Guida sono dentro di noi. Se questo è il nostro obiettivo prima o poi lo raggiungeremo. Introspezione, regolarità nella pratica e circondarci di persone simili a noi sono parti essenziali del cammino spirituale, senza le quali lo studio dei testi e gli insegnamenti di un insegnante rimangono sterili. In ultima analisi il Guru è dentro di noi e solo realizzando questo fatto riusciremo ad andare avanti anche negli inevitabili momenti di sconforto e perdita di fiducia. Lo sforzo nella pratica è il bocciolo e la consapevolezza del Guru è il suo profumo. Solo coltivando il fiore con pazienza e permettendogli di sbocciare arriveremo a sentirne il profumo.
(Fonte: Inner Quest, Pandit Rajmani Tigunait, Ph.D, Himalayan Institute Press)
lunedì 29 agosto 2016
Dove sta la tua Ahimsa?
Ahimsa è il primo degli Yama, le sane regole di vita consigliate dalla filosofia yogica per governare i nostri rapporti col prossimo, così come stabilite da Patanjali negli yoga sutra. Letteralmente non-violenza, intesa in senso materiale e fisico, ma anche come non violenza nelle parole, nei pensieri e come assenza di giudizio, perchè ogni azione violenta è preceduta da un pensiero violento che a sua volta è preceduto da un giudizio negativo. Ahimsa vuol dire coltivare il seme della compassione, verso il prossimo e verso il mondo che ci circonda, per vivere in armonia con tutte le sue creature. Vuole anche dire amore verso se stessi. Dalla pratica di Ahimsa nasce la scelta per uno yogi di non mangiare carne. Dico scelta e non imposizione: nessuno in India ti chiederà mai se sei vegetariano o se mangi prodotti di derivazione animale perchè a nessuno importa. Gli Yama non sono comandamenti imposti dall'alto, ma suggerimenti per vivere una vita migliore e raggiungere uno stato di coscienza più elevato, sta a te seguirli o meno e soprattutto non verrai mai punito se non lo fai. A sentirlo così sembra facile, infinitamente meglio di un comandamento divino che ti dica di fare o non fare qualcosa, ma siamo sicuri che sia così? Un comandamento che ti dica di non mangiare carne è semplice da comprendere, ma nel momento in cui viene introdotto un elemento di scelta le cose si complicano. Esistono mille motivi perchè uno scelga di diventare vegetariano: la carne non mi piace, mangiare vegetariano è più sano, ha più senso dal punto di vista ambientalistico, ma se scelgo di diventare vegetariano o vegano per praticare Ahimsa la cosa è diversa. Per esempio: la nonna, che non sa nulla del tuo nuovo cammino yogico e neppure è sicura di cosa voglia dire vegano, ti invita a pranzo e ti serve le sue famose lasagne al ragù. Ha ordinato al macellaio la carne migliore, è andata a comprarla, ha affettato le verdure a coltello e preparare il ragù le è costato tre giorni. Ma l'ha fatto volentieri e con tanto amore perchè è talmente contenta della tua visita che non ha neppure sentito la fatica. Cosa fai davanti a quel piatto? 'Scusa nonna, ma non posso perchè pratico yoga' oppure per una volta fai un'eccezione e mangi le lasagne? Nessuno ti dirà mai che una decisione sia meglio dell'altra, sta a te decidere dove cade la tua Ahimsa. Altro esmpio: la quinoa, cereale andino dai poteri miracolosi, pieno di sane proteine vegetali che risolve per sempre il problema della mancanza di proteine animali nella dieta vegana. Tu lo sai che la quinoa è l'unica fonte di cibo per tanti villaggi poverissimi sulle Ande e adesso che l'abbiamo scoperta anche noi, chi la produce trova infinitamente più redditizio venderla a noi che la paghiamo 5E al pacco al negozio biologico piuttosto che ai campesinos che di conseguenza soffrono la fame?
E ancora, i jainisti in India non solo non mangiano prodotti di derivazione animale, ma neppure patate o carote o qualunque altra cosa che venga estratta dalla terra, per non correre il rischio di ammazzare i lombrichi durante la raccolta. E' una scelta: quella di portare la loro Ahimsa fino a quel punto, dove si ferma la tua?
Qualche mese fa in Thailandia mi è capitato di fare 'morning merit': un'offerta ai monaci che con le loro tuniche arancioni e le ciotole in metallo, la mattina al sorgere del sole girano silenziosi per le strade e si fermano davanti al mercato. Senza che loro chiedano nulla, la gente spontaneamente si avvicina e mette qualcosa in quelle ciotole, solitamente cibo appena comprato al mercato. I monaci vivono di quello che ricevono e se per caso nelle ciotole capita della carne, accettano anche quella. In Tibet non cresce tanta frutta e verdura, motivo per cui anche il Dalai Lama mangiava carne quando viveva là. Fare diversamente vorrebbe dire rimanere attaccati a un'idea, un concetto, un dogma, un'ennesima manifestazione dell'ego che non solo non ha nulla a che vedere con l'evoluzione spirituale, ma anzi la ostacola.
Il concetto yogico di Ahimsa è quello è di soppesare le conseguenze di ogni nostra parola o azione prima di esprimerla: possiamo avere le migliori intenzioni ma non sapremo mai che conseguenze avranno le nostre azioni una volte messe là fuori. Così come quando si pianta un seme, possiamo avere un'idea di quello che crescerà, ma non avremo mai la certezza. L'unica scelta che abbiamo è quella di agire con quanta più consapevolezza siamo capaci e sperare che accada il meglio così che dal seme dalle nostre azioni cresca una bella pianta.
sabato 13 dicembre 2014
Yoga E'...
Lalit ci ha raccontato di quando è diventato discepolo di Swami Veda Bharati. 'Avevo finito le scuole superiori ed era ora di pensare al futuro, visto il modo in cui ero stato allevato fino a quel momento e gli studi che avevo fatto, era scontato che avrei continuato sulla strada dello yoga. In quegli anni abitavo a Rishikesh, centro importante nel mondo dello yoga, casa di molti ashrams e grandi maestri. Volevo entrare tra i discepoli di Swami Veda Bharati, allievo di Swami Rama dell'Himalaya. Dopo diverse lettere e richieste a vuoto finalmente ottenni un'udienza. Il giorno dell' incontro mi feci cinque chilometri a piedi e nonostante il colloquio fosse fissato per le nove, arrivai con mezz'ora di anticipo. Per più di un'ora aspettai senza che nessuno mi dicesse nulla. Verso le undici mi feci coraggio e chiesi a un segretario se lo Swami sapesse che ero arrivato. Mi rispose di aspettare tranquillo il mio turno. Arrivò l'ora di pranzo, nell'aria si sentivano i profumi della cucina, diverse persone andavano e venivano ma nessuno mi chiedeva se volessi qualcosa da mangiare. Avevo fame, ero stanco, arrabbiato, ma continuavo ad aspettare. Verso le cinque il segretario arrivò e mi disse che lo Swami era pronto a ricevermi. Entrai baldanzoso nella stanza delle udienze e mi misi a sedere in loto (cretino che non ero altro!) davanti allo Swami. Lui mi chiese il motivo della visita, così gli spiegai con un giro di frasi ossequiose che ero lì perchè volevo iniziare a studiare con lui. Lui mi guardò per un po' e poi mi chiese 'Cos'è lo yoga?' La domanda era musica per le mie orecchie e immediatamente mi lanciai in una spiegazione degli otto arti, Patanjali e tutto il resto. Dopo che ebbi finito il mio monologo, Swami Veda mi benedisse e mi disse 'Torna domani.' Rimasi perplesso, ma sempre più convinto della mia scelta, feci come mi disse e il giorno dopo tornai, facendomi cinque chilometri a piedi e arrivando sempre con mezz'ora di anticipo. Come il giorno prima, rimasi ad aspettare fino a sera prima che lo Swami mi ricevesse. Come il giorno prima, arrivato il momento entrai e mi sedetti in loto davanti a lui per dimostrare quanto fossi bravo. Nuovamente lui mi chiese 'Cos'è lo yoga?' Esitai un attimo ma mi lanciai comunque nella spiegazione degli otto arti, ancora più dettagliatamente della prima volta. Lui aspettò che finissi e mi disse 'Torna la settimana prossima.' Sempre più perplesso, ma sempre più convinto di voler studiare con questo grande maestro, mi feci forza e mi preparai a tornare la settimana successiva. La cosa andò avanti per più di un mese, tornavo, ogni volta mi faceva la stessa domanda e io ogni volta gli davo la stessa risposta. Lui mi benediva e mi diceva di tornare dopo qualche giorno, dopo una settimana o quando fossi pronto. Un giorno decisi di prenderlo di sorpresa. Saputo che ogni mattina all'alba andava a passeggiare vicino al fiume, mi feci i cinque chilometri al buio e arrivai all'ashram poco prima del sole. Scavalcai il cancello ma atterrato dall'altra parte un cane da guardia mi attaccò e per sfuggirgli dovetti risaltare il cancello, perdendo una scarpa e cadendo malamente sui rovi. Con tutto quel rumore attirai l'attenzione degli abitanti dell'ashram che mi portarono dallo Swami. 'Vedo che sei arrivato presto stamattina, cosa ti è successo al braccio? E perchè hai una scarpa sola?' Non volendo fare la figura dell scemo gli raccontai una bugia. Lui non si scompose e mi chiese 'Allora, mi sai dire cos'è lo yoga?' In quel momento ebbi un'illuminazione! Mi inginocchiai ai suoi piedi e dissi 'Si Maestro, lo yoga è disciplina. Perdona la mia arroganza, per favore prendimi a studiare con te e insegnami tu cosa sia lo yoga.'
Il sutra, il filo rosso che durante la Pujia di apertura del corso mi avevano legato al polso sinistro, simbolo del mio impegno e di quello dei miei insegnanti, mi si è sfilato. Durante il viaggio di ritorno avevo chiesto a Lalit per quanto tempo avrei dovuto tenerlo e lui mi aveva risposto che sarebbe caduto da solo al momento giusto. Immaginavo si sarebbe rotto, ma invece è semplicemente venuto via, senza traumi, senza rimpianti. L'ho conservato in una scatola, ancora rosso e intero come il primo giorno. Tempo di concludere i post, tirando i fili conclusivi di questo percorso indiano. Vi rimando a uno dei post iniziali 'Yoga, perchè?' e saltati gli otto arti, mi rimetto all'esperienza del mio insegnante: Lo Yoga E' Disciplina. Prima di partire abbiamo imparato dell'esistenza degli otto arti e crediamo di sapere tutta la teoria. Abbiamo un carnet nutrito di asana, che sono la nostra sicurezza, la nostra presentazione. Il certificato è la nostra motivazione e ci incamminiamo, sicuri che qualunque cosa succeda in quel mese, arriveremo. Durante questo mese qualcuno ha lasciato a metà strada, altri sono arrivati alla fine e hanno rinnegato tutto il percorso, incapaci di aver a che fare con la disciplina ferrea che per quattro settimane hanno tollerato a denti stretti. Leggendo un capitolo per la classe di filosofia sono incappata in questa frase: 'Non lasciare che il frutto delle tue azioni sia la tua motivazione', Bhagavad Gita. In realtà non sai cosa sia motivazione fino a che non senti la sveglia suonare tutti i giorni alle 5,40, fino a che non passi un mese seduto per terra, senza mai appoggiarti nè stendere le gambe, con quaranta gradi e il sudore che ti cola lungo la schiena. A nessuno interessa quanti equilibri sulle braccia tu sappia fare nè se sei capace di chiudere un loto. Importa invece che tutti giorni ti alzi al suono di quella sveglia e arrivi pulito e con la divisa fresca alla lezione di mantra e pranayama, che rispetti le ore di silenzio, accetti le correzioni e i consigli che ti vengono dati nella guida di una classe, anche se è già il tuo lavoro. E' questo il ruolo del tuo insegnate, con l'esempio pratico, darti una disciplina che ti guidi nella vita di tutti i giorni e che ti sostenga nei momenti difficili, quando magari tutto intorno crolla. Se gli insegnamenti sono stati trasmessi nel modo giusto, avrai sempre un codice di comportamento a cui aggrapparti fino a che la tempesta sia passata. E alla fine del corso, quando ricevi quel certificato tra le mani come una sorpresa perchè già dalla fine della prima settimana ti eri dimenticato di quella che era la tua meta iniziale, un bravo maestro ti lascia libero. Sicuro degli strumenti che ti ha trasmesso, ti spinge a volare da solo, incoraggiando la tua indipendenza come allievo e come nuovo insegnate, divulgatore del suo lignaggio, ma con voce propria, in un rapporto all'insegna di fiducia e rispetto reciproci. Come il sutra che si scioglie, ma il cui significato profondo rimane: l'impegno a fare dello yoga uno stile di vita.



















