domenica 25 gennaio 2026

… "E il naufragar m’è dolce in questo mare”


 

Mi riallaccio alle ultime parole dell’ultimo post ‘sicuramente ci sarà qualcosa da raccontare’. Che me la sia chiamata, che fosse la visita di Modi - il presidente indiano- in città proprio il giorno della nostra partenza, o forse il mio snobbare la visita della dea al cortile del Peacock Hotel, preferendo rimanere in camera a chiudere i bagagli anzi che assistere alla pujia organizzata da Bijoy per renderle omaggio, qualcosa è successo per mettere il nostro viaggio di ritorno sotto una cattiva luna.

Arrivate io e Denise all’aeroporto di Trivandrum tre ore abbondanti prima del volo, sempre scortate da Thampi taxi, abbiamo avuto la brutta sorpresa di vedere che il nostro volo per Abu Dhabi era ritardato di oltre due ore. Con due ore scarse di attesa per prendere la coincidenza per Roma i calcoli erano presto fatti: l’avremmo di sicuro persa. Ci ha poco dopo raggiunte Alessandra, assistente che collabora con Rossana nella scuola di Roma, anche lei sui nostri voli: tutte avevamo ricevuto la stessa mail da Etihad, annunciando il ritardo importante sul primo volo, ma nessun dettaglio sul secondo. Cercare aiuto dal personale in aeroporto a Trivandrum è un’esperienza abbastanza frustrante. Sembrano essere lì per assolvere un compito esclusivamente locale, più in funzione dell’aeroporto che dei passeggeri, impegnati a spostare le guide per la formazione ordinata delle varie file anzi che per risolvere problemi reali: più che dirci ‘vedrete che ad Abu Dhabi risolveranno’ non sapevano fare. Una giovane e molto bionda ragazza svizzera che andava a Zurigo era sull’orlo di un attacco di panico, fermava chiunque, assistente aeroportuale o passeggero, per cercare conforto e sfogare la sua frustrazione a ventate alterne, ma senza ottenere più risposte di noi. Un altro ragazzo, tedesco credo, con faccia parecchio tesa e preoccupata raccontava a chiunque intorno quanto sconveniente per lui fosse questo ritardo, come se gli altri si stessero divertendo. Io e le mie due compagne di viaggio ci siamo guardate in faccia dicendoci che fosse ora di applicare praticamente quello che impariamo sul tappetino, non è solo questione di infilare in sequenza una postura dopo l’altra, ma di essere all’altezza di quello che la vita ti mette davanti. Era l’occasione perfetta per praticare i life skills che la pratica ci insegna, così abbiamo aperto le parole crociate e con allenata pazienza ci siamo sedute ad attendere quello che il destino aveva in programma per noi quel giorno.

Sul volo, gli assistenti di volo ci hanno informati che ad Abu Dhabi avremmo dovuto recarci ai banchi transito per vedere come risolvere il resto del nostro itinerario. Su 150 passeggeri, più del 90% avrebbero dovuto prendere una coincidenza entro 2-3 ore dall’atterraggio e tutti eravamo nelle stesse condizioni. La ragazza svizzera era sempre più agitata, ancora una volta senza considerare che il problema non fosse solo suo, ma che c’era un aereo intero nella sua stessa situazione. Allo sbarco abbiamo trovato un banchetto allestito apposta, gestito da due assistenti di volo Etihad che hanno informato ciascuno sulla propria sorte, alcuni avrebbero dovuto attendere poche ore per una coincidenza alternativa, altri un giorno intero. Per noi tre che volavamo su Roma si trattava di prendere il volo successivo, 12 ore più tardi, nell’attesa ci avrebbero ospitate al Park Rotana Hotel. Unico inconveniente era che avremmo dovuto passare l’immigrazione prima di prendere il taxi, sempre organizzato da Etihad, prima di poter raggiungere l’albergo a un quarto d’ora di macchina dall’aeroporto. I bagagli sarebbero stati automaticamente dirottati sul volo alternativo. Ci siamo armate di pazienza e, tappetino ed kit di sopravvivenza in spalla, incamminate per il lungo iter aeroportuale che ci avrebbe portate fuori. Erano a quel punto quasi le 3 del mattino ora locale, per noi su fuso di Kovalam Beach il cuore della notte. In tre l’abbiamo presa come un’avventura, ma ci siamo dette che se fossimo state sole avremmo riso di meno anche se, un passo per volta, sicuramente saremmo riuscite.

E così abbiamo collezionato un nuovo timbro sul passaporto e provato l’emozione di Abu Dhabi by night. La Mercedes nera su cui siamo salite sfrecciava su una super strada con palazzi futuristici da una parte e una grande moschea illuminata di vari colori dall’altra mentre noi ci rassegnavamo al cambio di programma. Una volta arrivate in albergo le risate nervose hanno lasciato spazio a dei sorrisi soddisfatti, completato il check-in in pochi minuti abbiamo ciascuna preso possesso di una suite con tanto di cucina, soggiorno, camera da letto e bagno enorme dotato di tutti i prodotti di cui avremmo potuto aver bisogno e una doccia degna di una SPA. Stendersi in un letto comodo, anche se solo per qualche ora, ha fatto un’enorme differenza e la mattina dopo il buffet della colazione con ogni tipo di golosità, occidentale, giapponese, mediorientale e indiana ci ha decisamente messo di ottimo umore, tanto che abbiamo cominciato a pensare che se il ritardo si fosse prolungato di altre 12 ore non sarebbe stato un grosso problema. Ho mandato a Robin, rimasto a Kovalam Beach per un’altra settimana fino alla fine del workshop, una foto della fontana di cioccolato che faceva bella mostra affianco alle torte all’inglese, brioches francesi e pancakes americani, dicendo ‘indovina dove sono?’ e, veloce come un lampo e secca come solo il senso dell'umorismo britannico sa essere, è arrivata la sua risposta ‘il Paradiso?’ Anche il ragazzo tedesco che la notte prima dispensava negatività aveva cambiato espressione e il sorriso compiaciuto che gli illuminava il viso lo faceva a quel punto assomigliare ad un gatto che avesse appena rubato la panna. Denise da brava commercialista ha fatto il calcolo che una notte al Rotana Hotel costava quanto due settimane al Peacock Hotel for the Bold and the Beautiful. Arrivate a Roma con più di 12 ore di ritardo rispetto al piano originale, ci siamo salutate con Alessandra e incamminate verso il bag drop di Aeroitalia per finalmente prepararci all’ultimo volo che ci avrebbe riportate a Cagliari e che nel corso delle ultime ore avevamo via via ritardato – meraviglie della continuità territoriale che consente ai residenti in Sardegna di cambiare volo senza pagare penali- fino ad arrivare all’ultimo volo della giornata. Diciamo che Etihad ci ha compensate con una minivacanza per un viaggio che door to door, per me e Denise è stato di 36 ore.

Stesso posto, diverso viaggio: anche se la destinazione fisica non cambia, ogni volta il viaggio interiore è sempre nuovo. I temi di questo giro in India sono stati la salute, il passaggio del tempo, l’adattamento della pratica ai momenti di difficoltà, la crescita nell’insegnamento e il rapporto con l’insegnante. Nell’ultimo degli incontri settimanali con gli assistenti si è parlato dei fantasiosi discostamenti alla tradizione che negli ultimi anni hanno diluito la pratica dell’Ashtanga Yoga nel mondo e che Lino ha sempre caparbiamente rifiutato, mantenendosi fedele alla linea del maestro. Ci ha detto ‘adesso siete voi i custodi di questa tradizione, portatela avanti così come state facendo.’

Ho lasciato come sempre un pezzetto di cuore nella mia stanza al Peacock Hotel for the Bold and the Beautiful, insieme a qualche bottiglia di shampoo mezza vuota, straccio per pulire e fondi di detergenti per il bagno. Vorrei vedere la faccia degli indiani che finalmente sono entrati nella mia camera trovandola decisamente più pulita di prima che la occupasse quella strana sarda che viaggia con sgrassatore e  guanti in valigia e che, quando vuole rilassarsi e il libro diventa noioso o non ha altro da scrivere, si diverte a pulire le fughe delle mattonelle del bagno con uno spazzolino da denti. A te, prossimo occupante della camera 201, il mio regalo: una stanza pulita secondo standards quasi italiani, con buona pace di Shiva.







giovedì 22 gennaio 2026

Ultimi


 

Ultimi giorni, tutto ha il sapore di ‘ultimo’. Ultima pratica, ultima assistenza, ultimo bagno nel Mar d’Arabia, ultimo pranzo al Lonely Planet, ultimi 50E cambiati – che qui effettivamente ti portano lontano, molto più lontano degli ultimi due giorni, ma quest’anno il cambio è particolarmente favorevole e avere un tesoretto di rupie da parte è una promessa ad un ritorno il prossimo anno. In molti abbiamo già prenotato la stanza per l’anno prossimo, stesse date indicative, stessa stanza. Qualcuno che a questo giro non è venuto ha anche già scritto a Bijoy dall’Italia per prenotare il proprio soggiorno 2027…

Oggi il caldo si fa sentire parecchio, da cagliaritana sono abituata, ma questo non rende l’esperienza più piacevole. Questa settimana nel tempio qui vicino, un po’ più in alto sulla collina rispetto al Peacock Hotel, c’è un festival che accade ogni anno nella seconda metà di Gennaio. Il tempio si ricopre di luci colorate e decorazioni varie, gli altari delle varie divinità Hindu vengono visitati dai fedeli che lasciano offerte di cibo e fiori e accendono una candela. Il tempio apre le porte a chiunque, offrendo cibo gratis anche a noi stranieri, basta mettersi in fila per prendere il vassoio del thali e ogni scomparto viene riempito dai volontari che stanno dietro al buffet costituito da grandi pentole di riso, curries e salse. Ci si siede dove si trova posto in grandi tavolate e si mangia insieme uno accanto all’altro senza distinzione tra Indiani e turisti. L’atmosfera è sempre cordiale e accogliente, i pochi occidentali vengono osservati con curiosità dai locali, per la maggior parte sorridenti e bendisposti verso noi pasticcioni che non sappiamo usare le posate primordiali con la loro stessa eleganza. Il festival va avanti per una settimana, quando a più riprese nel villaggio si snodano processioni in cui il dio o la dea vengono portati in trasferta e portati in visita ai vari altari organizzati in posti diversi, tra cui anche il cortile del Peacock Hotel. E’ tutto molto bello, ma per chi non ci è nato è difficile convivere con la musica continua, dalle 5AM fino alle 10PM . Puntuali come la morte alle 5 del mattino iniziano le trasmissioni dei canti registrati e dagli alto parlanti vicino al tempio a volume decisamente alto partono le musiche e i mantra che riempiono l’atmosfera di mezzo villaggio fino alle 10 di sera. Per trovare un po’ di pace bisogna andare sulla spiaggia dove le onde del mare coprono i canti del tempio già un po’ attutiti dalla distanza.

Domani sera comincia per me e Denise la lunga strada verso casa, sicuramente ci sarà qualche evento da raccontare, da queste parti anche gli aeroporti hanno il loro modo di operare e riservano sempre qualche novità o sorpresa!

 









martedì 20 gennaio 2026

Gita in ospedale - ma età metabolica 35 anni! -


 

Si, avete capito bene, sabato scorso, unico giorno di riposo, ho passato la giornata in ospedale, non per un’emergenza, ma per scelta. La salute sembra essere il tema di questo giro in India. Kims Hospital a Trivandrum è un grande ospedale che offre assistenza sia a locali che stranieri e tra i suoi servizi ha una serie di check-ups a pagamento, dove per tutta una giornata ti rivoltano come un calzino facendo ogni tipo di controlli e analisi. Sono anni che Lino mi diceva meraviglie di Kims Hospital, così che questa volta, visto che comunque gli anni avanzano e la prevenzione è quello che ci salva, ho deciso di unirmi anche io alla spedizione per l’’Executive Check-Up’.

Siamo partiti dal Peacock Hotel alle 6,30AM con due tuk tuk, io, Lino, sua moglie Desirée e tre allievi, direzione Trivandrum. Mi avevano avvisata di coprirmi perchè in ospedale ci sarebbe stata l’aria condizionata al massimo, così che ho indossato camicia a maniche lunghe e pantaloni tre quarti, portando felpa e pashmina in borsa. A quell’ora del mattino, sulla superstrada, nel tuk tuk aperto, devo dire che maniche lunghe e pashmina ci stavano bene. Arrivati al Kims Hospital, abbiamo incontrato altri due allievi che si sono uniti alla nostra gita check-up. Una volta completate le formalità di registrazione, accompagnati dalla nostra guida per la giornata, insieme ci siamo incanalati nell’iter di prelievi ed esami previsti dal nostro pacchetto. Abbiamo iniziato con le misurazioni di routine: altezza, peso, pressione, BMI. Uno per volta siamo entrati dall’infermiera che ci ha misurati, dando poi a ciascuno la stampa dei risultati. Nessuna sorpresa per quanto riguarda i miei parametri: peso, altezza, massa muscolare atletica, massa grassa molto bassa, ossa leggere… la sorpresa è arrivata con il calcolo dell’età metabolica: 35 anni! 21 in meno della mia età anagrafica. Lino era entusiasta come un bambino nel negozio di caramelle, confrontando l’età metabolica dei vari membri del gruppo si esaltava a constatare che i praticanti di Ashtanga Yoga hanno mediamente una età metabolica di molto inferiore a quella reale, al contrario di chi non pratica a cui mediamente vengono dati diversi anni in più. E’ questo un dato confermato da anni di gite al Kims Hospital, registrato sempre con stupore dai medici con cui si fa il consulto finale. Lino e Desirèe risultano avere 25 anni in meno, mentre una persona del gruppo che solo di recente ha iniziato a praticare Ashtanga Yoga, partner di un’allieva, è stato l’unico di noi ad avere un’età metabolica misurata come superiore alla sua età anagrafica.

A seguire abbiamo fatto i prelievi del sangue a digiuno, entrando a due a due nella stanza preposta. Seduti in comode poltrone ci hanno prelevato diverse provette di sangue mentre chiacchieravamo amichevolmente con il compagno seduto affianco e gli altri ci tenevano d’occhio da fuori. Ci hanno poi fornito il contenitore per raccogliere il campione delle urine e, questa volta uno per volta, abbiamo usato il bagno. Di seguito ci hanno scortato nel reparto di radiologia per eseguire l’RX del torace. Le donne si cambiavano entrando in una piccola stanza, una per volta, dove abbiamo tolto maglie e felpe e indossato dei camici puliti ordinatamente piegati in un armadio, che dopo la RX abbiamo tolto e riposto in un cesto apposito. Dopo ci hanno offerto la colazione nella caffetteria del reparto. Finalmente abbiamo potuto mangiare e bere, servendoci da un buffet che offriva alternative indiane e internazionali: pane, burro, marmellata, ma anche idli – le polpette di riso tipicamente consumate a colazione in India- sambar -uno stufato di verdure e spezie tipico della colazione- chutney di cocco, di pomodoro, chapati e diverse altre alternative che non ho investigato. Il tutto accompagnato da succo di frutta, tè e caffè. Ci siamo seduti a mangiare tutti insieme, ancora esaltati dai risultati delle nostre misurazioni. 

Dopo colazione siamo stati portati a fare l’elettrocardiogramma e poi fatti accomodare in una sala d’aspetto, e invitati a bere un litro d’acqua in preparazione per l’ecografia addominale completa. Devo dire che questa è stata l’unica parte spiacevole dell’esperienza, in otto eravamo tanti da processare ed stato l’esame che ha richiesto più tempo. D’ora che è arrivato il mio turno ero veramente infastidita. Prima di me l’infermiera ha provato a chiamare Enzo, uno dei compagni di avventura ospedaliera, che, sapendo del mio discomfort, mi ha cavallerescamente ceduto il suo posto in fila. Credo sarebbe finita male altrimenti, non avrei saputo resistere un minuto di più. Siamo poi tornati a fare un altro prelievo di sangue per ripetere le analisi due ore dopo aver mangiato. Ci siamo poi ritrovati nella sala d’aspetto di prima, dove io sono rimasta ad attendere che gli altri finissero i due successivi controlli che a me non interessavano perchè già fatti recentemente in Italia. Il gruppo è stato scortato ad un altro piano dove le donne hanno fatto visita ginecologica e pap test e poi tutti hanno fatto controllo dal dentista e panoramica dentaria. Ho approfittato del momento di pausa per leggere un po’ avvolta nella pashmina, cominciavamo ad essere verso fine mattina e la stanchezza iniziava a farsi sentire. Osservavo gli altri pazienti intorno a me, tutti Indiani, per i quali ho imparato il check-up era costato esattamente la metà di quello che avevamo pagato noi turisti. 

Dopo un’ora o poco più il gruppo si è riunito per andare a pranzo, sempre nella stessa caffetteria, ma con un buffet diverso. Ci siamo trovati una distesa di vari curries -stufati speziati di pollo, manzo, vegetariani- verdure saltate al wok, riso, chapati, patatine di manioca, chutneys – salse, piccanti o agrodolci di accompagnamento agli stufati- e l’immancabile raita – lo yogurt che serve a spegnere il bruciore delle spezie e che sempre accompagna ogni pasto. Per me è stata una festa, ho composto sul piatto un thali che mi ha decisamente soddisfatta. Dopo pranzo abbiamo fatto un consulto con la nutrizionista che, dopo aver controllato i risultati delle analisi, ha dato a ciascuno un piano alimentare ritagliato sulle proprie esigenze. Per ultimo abbiamo visto il medico, il quale, tutti i risultati delle indagini alla mano, ha riassunto a ciascuno la propria situazione, commentando i valori e unendoli all’anamnesi, suggerendo dove appropriato un ulteriore consulto con uno specialista. Costo totale dell’esperienza 120E, inclusi colazione e pranzo. Sono rimasta molto contenta, anche perché i risultati corrispondevano a quanto sapevo già essere in genere i miei valori dagli esami fatti a casa un anno fa, ma con la sorpresa dei ventun anni di meno!

Al ritorno ci siamo divisi, uno degli allievi partiva quella sera per tornare in Europa, così che Lino mi ha chiesto di riportarlo in albergo insieme ad un’altra allieva che anche lei aveva finito. Ho chiamato tuk tuk Babu che ci è venuto a riprendere davanti all’ingresso principale e, svicolando agilmente tra le macchine del traffico serale, ci ha riportati a Kovalam Beach per le cinque del pomeriggio, in tempo perchè Philip potesse fare un ultimo bagno in spiaggia prima di prendere il suo volo. Un modo decisamente diverso di passare il giorno libero, ma devo dire che ne è valsa la pena. Poter fare tutti i controlli concentrati in una giornata, ad un prezzo decisamente vantaggioso e con l’aggiunta della compagnia, è stata una bella esperienza e i vent’anni di meno una graditissima notizia di cui avevo proprio bisogno! 




domenica 18 gennaio 2026

Andamento Lento

 




Il signore che fa le pulizie si chiama Shiva. Shiva mi guarda con sospetto. Inizialmente era confuso, adesso mi pare decisamente seccato dalla presenza di questa sarda che rifiuta di farsi pulire la camera. E’ un signore anziano che indossa sempre lo stesso dhoti giallo – il pareo tradizionalmente indossato dagli uomini di ogni età-  e una camicia di colore indefinito, con il bindi, il punto rosso, sulla fronte. Robin ha commentato sfavorevolmente sul suo ritorno, a quanto pare lo avevano liquidato un po’ di tempo fa e ora lo hanno tirato fuori da  sotto chissà quale tappeto per riassumere il suo vecchio ruolo di chamber-man e il Peacock Hotel è tornato indietro nel tempo di svariati anni, nel senso che nonostante gli sforzi di Shiva pare non sia stato pulito dal tempo della sua costruzione.

I giorni scorrono a Kovalam Beach, oggi è per me l’inizio dell’ultima settimana: la settimana dell’Ashtangi va da domenica a sabato, il giorno di riposo, che per me questa volta sarà di viaggio. La sera che sono arrivata, parlando con Rossana la quale invece sarebbe ripartita per l’Italia qualche ora dopo, ero un po’ perplessa. Va bene la pratica, va bene l’assistenza, ma poi cosa faccio per tre settimane? Abituata a casa alle sveglie continue sul telefono che mi indicano ‘ora di andare in shala, ora di portare fuori i cani, appuntamento con questo o quell’altro impegno’, l’idea di tre settimane vuote mi spiazzava. Rossana deve aver registrato il mio umore perché mi ha detto ‘Non ti preoccupare, il tempo passa’, ed è proprio così.

Kovalam Beach non è un posto talmente bello da richiamare il ritorno ogni anno per le sue attrazioni. Più volte mi è stato chiesto ‘ma c’è bisogno di andare fino in India per fare quello che fai?’ E la risposta è effettivamente no. E allora qual è il motivo che anno dopo anno richiama qui centinaia di praticanti di Ashtanga Yoga? Se ne parlava ieri sera davanti a un brownie al Banana Leaf con Chiara, un medico di Roma, Adele, storica assistente di Lino, e Denise. Tutte dicevamo la stessa cosa: ti riconnette a te stessa. La routine basica di pratica, spiaggia -se ne hai voglia, ma anche no, magari ti rimetti a letto e leggi un po’ del libro che ti sei portata- bucato nel secchio, pranzo – se hai fame, in compagnia se ne hai voglia, ma anche da sola se così ti gira- lavoro al PC, giro dei negozietti – quando hai un ultimo fondamentale pareo o incenso da acquisire – tramonto e cena – o anche no se hai pranzato tardi- ti costringe a rallentare e a essere presente. 

Il trovarti sola, lontana da casa, ti rende da una parte più aperta e disponibile a passare il tempo con i compagni di pratica, amici che ancora non conoscevi, dall’altra ti insegna ad apprezzare quanto è preziosa la tua stessa compagnia. Spesso abituati al ritmo frenetico della vita a casa, si tende ad avere paura dei momenti vuoti e a riempire ogni momento libero con qualunque attività o compagnia per scongiurare il momento in cui ci si trova soli con se stessi ad affrontare l’horror vacui. Qui si capisce che lo spazio non è sinonimo di vuoto e si impara a stare bene con se stessi. Il bucato nel secchio, la colazione, diventano un rito. La sensazione di svuotamento dopo quattro o cinque ore in shala a stretto contatto con la gente è uno spazio fisico e mentale decisamente benvenuto. A Kovalam Beach si impara semplicemente a esistere, che è la definizione di meditazione. Senza rincorrere bisogni e desideri, problemi e pensieri circolari, propri o di altri, si impara a bastare a se stessi, nel qui e ora, niente di più, niente di meno. Anche questa è una pratica, infatti tanto preziosa quanto quella sul tappetino. Qui ci si allena a sviluppare un importante talento, che anno dopo anno si perfeziona fino a riportarlo a casa con noi: l’arte di stare bene con se stessi anche nei momenti di pausa, di riposo, di stop, senza per forza andare a cercare un’attività o qualcuno che ci riempia tutto il tempo e tutto lo spazio. Si impara quanto è prezioso mantenere uno spazio solo per se stessi in propria compagnia. Penso che questo valga tutto il viaggio. 











venerdì 16 gennaio 2026

Ladies - and Gentleman - who lunch


 

Qualche volta lasciamo l’oasi yogica di Kovalam Beach e andiamo ad esplorare un po’ più lontano. I giorni di pratica a settimana sono sei e l’orario giornaliero di inizio sono le 5am, motivo per cui si torna sempre qui per dormire. Le distanze sono grandi, le strade trafficate e in condizioni non proprio ottimali, raramente andiamo più lontani di mezz’ora di macchina. Tra i veterani di Kovalam Beach tutti conoscono Robin, un gentleman danese allievo e assistente di Lino di lunghissima data, che ogni anno arriva in India prima di lui e rimane spesso fin oltre la fine del workshop. Robin è la persona a cui ispirarsi se si vuole vivere bene da queste parti perché ha una profonda conoscenza del posto e dei suoi abitanti. Negli anni siamo diventati amici e quando in dubbio faccio sempre riferimento al suo saggio consiglio: ristoranti, negozi, tassisti, lui conosce tutto e tutti ed è con me molto generoso nel condividere la sua esperienza: nel dubbio segui Robin e stai sicuro che non ci si sbaglia!

A questo giro per ora abbiamo condiviso due gite a Trivandrum, una in cui ho accompagnato lui e e Laura – una compagna Yogin Italiana-  dal dentista, seguito poi da un thali estremamente generoso in un ristorante frequentato principalmente da locali e pochi turisti. Il thali è un pasto tradizionale, in questo caso servito su foglie di banano, in cui vengono disposti e cucchiaio dai ragazzi che girano per il ristorante vari assaggi di stufati di verdure e legumi, alcuni molto piccanti, altri più dolci ma sempre molto speziati, insieme a varie salse di accompagnamento, a base di yogurt, di mango o lime piccanti e varie. Al centro viene servito il riso a vapore e i poppadoms, le sfoglie di pane croccante, da mangiare mescolati al resto. Si prende un assaggio di curry, uno di una salsa, e con la mano destra si lavora come in una polpetta che poi si mette in bocca. Il cibo si tocca esclusivamente con la mano destra perché la sinistra è considerata sporca in quanto si usa per lavarsi. Non sembra per noi occidentali avere molto senso, ma quando si passa un po’ di tempo qui e si fa esperienza di come siano organizzati i bagni tutto torna. Accanto al WC c’è una doccetta, sempre a destra, di conseguenza la mano sinistra è l’unica libera per lavarsi. Agli occidentali nei ristoranti forniscono per mangiare anche un cucchiaio, sia perché in molti innocentemente toccherebbero il cibo con la sinistra provocando così l’orrore nei vicini di tavolo, sia perché,  non avendo l’abitudine a mangiare con la mano, siamo abbastanza maldestri e lo spettacolo non è proprio elegante da vedere. Alcuni sapori sono indecifrabili ad un palato che non sia nato e cresciuto qui ma, con la garanzia che tutto è vegetariano, personalmente non ho alcun problema ad assaggiare tutto e generalmente finisco qualunque cosa mi si metta davanti. Il proprietario del ristorante mi ha anche regalato un cioccolato per essere stata quella che in maniera più accurata ha pulito il piatto… Tra le scoperte di questo particolare thali ci sono stati i peperoncini marinati in yogurt e spezie, poi cotti al forno, che hanno la consistenza delle patatine e un sapore strepitoso, sempre che si riesca a sopportare il bruciore. Robin è un compagno di avventure culinarie ideale, mentre le uniche Italiane che mi seguano sono Manu e Denise, compagne di cammino yogico e di vita. Questa volta Manu non è potuta venire, ma quando Denise è passata da questa parte dello schermo una settimana fa, mi ha subito chiesto di portarla a mangiare il thali sulle foglie di banano così, sempre in compagnia di Robin, abbiamo unito il pranzo in città con un giro da Pothys, un grande magazzino di sei piani a Trivandrum che vende di tutto. Da Pothys si trova veramente di tutto, dai sari da sposa a quelli per la vita di tutti i giorni, vestiti all’occidentale, stoffe di tutti i colori e le fantasie, articoli per la casa e i famosi asciugamani di cotone del Kerala, un tipo particolarmente morbido e pregiato, lavorato in teli sottili che hanno un ottimo potere assorbente e si asciugano in fretta. Ogni praticante di Ashtanga Yoga che si possa chiamare tale ne possiede almeno due o tre da alternare sul tappetino per asciugare il sudore e per permettere all’insegnante di praticare gli aggiustamenti in sicurezza e con un minimo di distacco. Al piano terra, un grande supermercato dove integratori alimentari e biscotti inglesi al burro dividono il corridoio con l’olio d’oliva, dove si trovano tutti i tipi più commerciali di spezie e il riso viene venduto a peso, pescato con un misuratore da grandi tinozze aperte. Non credo di aver mai saputo che esistessero tanti tipi di riso, tante varietà da non poterle contare.

Robin ha il suo tassista preferito che con la sua macchina rossa lo porta in giro ogni volta che ne ha bisogno, Mr Thumpi. Salire sul Thumpi Taxi è un’esperienza che varrebbe la corsa anche fine a se stessa. Aria condizionata, bottiglietta d’acqua fresca e come minimo una barretta alle mandorle da sgranocchiare durante il tragitto sono sempre assicurati. A volte salendo sul Thampi taxi abbiamo anche avuto la sorpresa di trovare i famosi frullati al cocco e datteri, a metà tra il gelato e il frappè, che ci aspettavano con tanto di cannuccia, le tracce dei mantra più famosi fanno sempre compagnia in sottofondo mentre si chiacchiera. E’ sempre un piacere parlare con Mr Thumpi, ha una grande conoscenza della sua cultura e del posto in generale. A volte come occidentali abbiamo un’idea molto romantica di usi e costumi orientali, tendiamo ad attribuire significati profondi a ogni piccolo dettaglio, convinti che la spiritualità esista solo lontano da casa. E’ quindi una boccata d’ aria fresca e un ritorno ai piedi per terra potersi confrontare con i locali, specialmente se informati e pratici come Mr Thumpi. Alla domanda sul perché le mucche siano considerate sacre e lasciate girare indisturbate allo stato semi brado dappertutto, ci ha svelato che la sacralità della mucca è stata un’invenzione dei governanti di centinaia d’anni fa. Questo perché, dice lui, la carne di mucca è la più buona di tutte e bisognava fare qualcosa per evitarne l’estinzione. La popolazione avrebbe tranquillamente mangiato tutte le mucche fino ad arrivare ad estinguerle, cosa che avrebbe portato un enorme danno all’agricoltura, non solo per la produzione di latte e latticini, ma anche dello sterco che veniva anticamente usato per fare i pavimenti di case e cortili in virtù delle sue proprietà antisettiche. Ci ha poi spiegato che gli Indiani sono un popolo non molto rispettoso dell’autorità, piuttosto individualista, ma molto superstizioso. E’ quindi più facile inventarsi che qualcosa non può essere fatto per evitare la cattiva sorte anzi che far rispettare una regola. Un esempio è quello della credenza che tagliarsi le unghie dopo il tramonto porti sfortuna alla propria madre. La spiegazione sarebbe quella che senza luce non è consigliabile maneggiare forbici e oggetti affilati per il rischio di tagliarsi, ma questa ragione non sarebbe bastata come deterrente per l’Indiano medio che sarebbe invece incline ad accollarsi il rischio e le sue conseguenze. Se  invece si radica la credenza che quell’atto praticato dopo il tramonto porti sfortuna alla madre, allora è molto più probabile che la regola venga rispettata perché nessuno oserebbe fare qualcosa che metta in pericolo la mamma. Riporto solo una conversazione con un illuminato tassista, non ho abbastanza termini di paragone per sapere se la sua visione sia quella ufficiale o la più diffusa, però per certo è una prospettiva interessante.   

 









martedì 13 gennaio 2026

Piove




Gli Indiani sono preoccupati per me. Dal giorno che ho preso possesso della mia stanza nessuno più è entrato, né per pulire, né per cambiare la biancheria. Ogni tanto porto alla reception la mia spazzatura, chiusa in ordinate buste di plastica, anche quelle portate dall’Italia. ‘Madam, oggi la facciamo la stanza?’ e la risposta è sempre un no-grazie sempre con il sorriso, ‘Forse domani’. E il giorno dopo daccapo, devono pensare che questa Italiana sia veramente sporca. Poco si immaginano che sto ancora lavorando a sgrassatore sul bagno e non ho intenzione di mollare fino a che le fughe delle mattonelle non saranno ritornate bianche. 

La pratica procede, una postura per volta sto ricostruendo anche la Seconda Serie, vedremo fino a dove: oggi ho affrontato il mio primo kapotasana in molti mesi. Anche l’assistenza va bene, come sempre ci sono in shala una quantità di corpi e situazioni che consentono di acquisire un’esperienza impagabile. Il feedback degli allievi è sempre molto gradito. Quando una sconosciuta ti abbraccia ringraziandoti degli aggiustamenti ricevuti il giorno prima o qualcuno ti ferma nel villaggio in strada per andare in spiaggia dicendo ‘grazie per oggi, mi hai veramente aiutato!’ ti si apre il cuore e la sveglia alle 4,10 non ti pesa più. Ci sono anche persone infortunate o che per un motivo o l’altro non devono essere toccate, come le mani di una famosa pianista che pratica al primo turno, assicurate per chissà che cifra. Lino regola il traffico con uno sguardo, chi stende il tappetino dove, la successione degli ingressi, le assistenze, dalla più necessaria a scalare fino a quelle mirate a perfezionare una postura, non gli sfugge niente. Venerdì scorso ha guidato due Prima Serie, una dopo l’altra, per più di cinquanta persone a turno. Ha un’energia inesauribile. Dalle cinque alle dieci di mattina sono in shala, il resto della giornata è mio, fino alle nove di sera quando mi ritiro in camera con libro e camomilla, niente telefono o PC a quell’ora, ho scoperto che gli schermi non aiutano per nulla con il jetlag. 

Sabato scorso ho provato un massaggio ayurvedico in una clinica consigliata da Carla -la mia compagna di viaggio Argentina incontrata ad Abu Dhabi. Si tratta di un posto ben curato, con piante e rivestimenti di legno all’ingresso dove si possono fare le consultazioni con il medico ayurvedico o semplicemente prenotare un ‘full body massage’ come ho fatto io. Sono stata accolta dalla mia terapista che mi ha portata in una stanza in penombra con il lettino da massaggio al centro. Anche in questo caso si trattava di un letto tradizionale indiano in legno scuro dove per un’ora ho ricevuto un bellissimo massaggio fatto con l’olio caldo che ha sciolto le tensioni della settimana di pratica, preparandomi alla successiva. Il trattamento è iniziato dalla testa e non ha tralasciato un solo muscolo, il massaggio ai piedi particolarmente gradito. Alla fine mi ha coperta con un telo e dopo avermi praticato un massaggio al viso con una crema apposta, ha preparato l’attrezzatura per lo Shirodhara, un trattamento che consiste nel versare lentamente un sottile flusso di olio caldo sulla fronte, nell’area del terzo occhio. I benefici sono quello di rilassare il sistema nervoso, favorire il sonno e favorire equilibrio e chiarezza mentale alleviando lo stress. Il trattamento si pratica sospendendo una speciale pentola in rame -Dhara Pot -che contiene l’olio sopra la testa del paziente e lasciare che il liquido cada a filo su un punto al centro della fronte per venti-trenta minuti. A seguire sono stata messa in un intenso bagno di vapore per un quarto d’ora e dopo ho fatto lo scrub con una speciale polvere color terracotta che qui chiamano ‘bathing powder’. Per finire ho concluso con doccia fresca con tanto di shampoo e bagno schiuma ayurvedici, anche quelli forniti dalla clinica. Uscendo la mia terapista mi ha applicato il bindi sulla fronte, il punto rosso che simboleggia il terzo occhio, decisamente aperto dopo che era stato ampiamente stimolato dal trattamento. Qualcosa deve aver funzionato perché uscendo emanavo luce propria, con una pelle morbidissima e compatta, tanto che arrivata alla German Bakery per vedere le ultime luci del tramonto qualcuno mi ha chiesto cosa avessi fatto e se fossi stata ad un tempio. Cercherò di tronarci presto per un altro trattamento, appena avrò lavato tutto l’olio dello shirodhara dai capelli! Scherzo, ma ci sono voluti due giorni per eliminarlo anche se i capelli ne hanno tratto enorme beneficio. Costo del trattamento 20E, più 5E di meritatissima mancia alla mia carinissima terapista. 

Oggi piove, ne approfitto per aggiornare qui con questo post, connessione permettendo, e per rispondere ai commenti sul precedente. Tra poco è l’ora del rientro in shala per il Pranayama con Lino, a seguire farò il giro dei sarti per controllare lo stato dei lavori commissionati che spero di riportare in Italia. Anche stasera a letto presto, domani sveglia alle 4,10 e si ricomincia.











domenica 11 gennaio 2026

Una Nuova Fase


 E quasi senza accorgermene arrivo alla seconda settimana di pratica. Domani inizio ad assistere in shala, la prima settimana è sempre quella di adattamento. Prima di partire diversi allievi mi hanno chiesto se avessi intenzione di continuare a scrivere qui e la risposta è stata vaga ‘vediamo se ho il coraggio’. Per coerenza di narrazione, non posso solo scrivere di momenti belli, se questa è una condivisione sincera devo per forza essere onesta. Il viaggio a questo punto si dirige all’interno, letteralmente, per chi mi vuole seguire la storia diventa più intima e personale. 

Dolore, dolore fisico. Dalla primavera è un compagno di vita costante. Dopo il workshop di Marzo a Roma ho avuto un calo fisico che pensavo fosse stanchezza. Mi sono detta ‘ma si è normale, arrivo all’estate e con il riposo passerà’. E invece arrivato Settembre il dolore era sempre lì e peggiorava. La mattina mi alzavo dal letto con il corpo dolente in tutti i punti in cui era stato a contatto con il materasso, sul tappetino ogni postura portava dolore. Ho cominciato ad osservarmi con tutto il possibile distacco e con curiosità quasi scientifica li contavo i dolori: trikonasana 6, parsvakonasana B 8, urdhva dhanurasana 10… e così via per tutta la pratica. Quando hanno iniziato a dolere anche le ginocchia, che normalmente mai in vita mia hanno dato problemi, e anche l’asse da stiro cominciava a diventare più invitante del tappetino, mi sono detta che c’era qualcosa che non andava. Su consiglio del medico ho iniziato con una rx della colonna e quando gli ho portato il referto ha commentato ‘cosa ti è successo? Hai la colonna di un’ottantenne!’ Artrosi cervicale diffusa, 4 fratture vertebrali e segni di osteoporosi.

 Non potevo crederci, io che pratico Ashtanga Yoga, che sto attenta all’alimentazione come una parte fondamentale della pratica, io che normalmente dimostro 10 anni di meno! Peccato che il mio scheletro sembri dimostrarne 25 di più. Per anni ho osservato con un mezzo sorriso ironico l’attività di una collega insegnante di Yoga in Irlanda che si è specializzata come esperta di menopausa. Ogni tanto ho anche pensato di rispondere ai suoi inviti con un ‘sono Italiana, qui non crediamo nella menopausa’, ma ho avuto paura che non avrebbe colto l’ironia e quindi non l’ho fatto. Ho accettato il passare degli anni come un evento naturale, ho scherzato delle vampate con le amiche che attraversavano la stessa esperienza, quasi piacevole in verità per una che è stata freddolosa tutta la vita. Ma quando, sempre con le stesse amiche, parlando del ‘tuo numero’ intendi il T-score (indice di massa ossea) e anzi che confrontare i prezzi delle borse confronti quelli degli integratori per le articolazioni, devi accettare che sei in una nuova fase. I tempi di recupero diventano più lenti, la mancanza di sonno rende stanche, le articolazioni sono meno mobili, ma fin qui si può gestire. Ho brevemente considerato e velocemente scartato la terapia ormonale sostitutiva, tutto sommato stavo bene, ‘perché dovrei farla? Per continuare a praticare la seconda serie? Dove sta l’accettazione, la yogicità, in tutto questo?’ Di seguito alla rx ho continuato le indagini e il risultato è arrivato in fretta: osteoporosi all’anca, ai polsi, osteopenia alla colonna. Ti chiedi la ragione, perché a me? Alimentazione sbagliata in gioventù, due gravidanze, genetica - dopotutto quello che in ultimo ha portato via mio padre è stato un crollo vertebrale da osteoporosi non curata. 

Ho iniziato a fare il giro degli specialisti, radiologo, fisiatra, endocrinologo, ma nessuno sapeva rispondere alle mie domande ‘Posso continuare a praticare? Posso continuare a fare kapotasana? La gamba dietro la testa me la posso mettere? Posso salire in sirsasana? E come faccio con l’insegnamento, posso continuare a insegnare?’ Rimanevano perplessi, non capivano di cosa stessi parlando e più che vitamina D in grandi quantità e una modifica dell’ alimentazione non sapevano darmi. Sono infine approdata dalla ginecologa che subito mi ha detto ‘con questo referto se fossi un uomo saresti considerato un malato serio, curare questa situazione con la vitamina D è come curare la polmonite con la vitamina C.’ Mi ha immediatamente proposto un farmaco che combina estrogeni coniugati e bazedoxifene, una sostanza usata nelle sopravvissute di tumore al seno al fine di mantenere la densità ossea. Alle mie domande su cosa fossi ancora in grado di fare nella pratica e nell’insegnamento anche lei è rimasta perplessa. Alla fine mi ha detto ‘qualunque cosa tu faccia, cerca di non cadere!’ E così, con la consapevolezza di cosa stesse succedendo al mio corpo, qualche modifica all’alimentazione e agli integratori e ultimo ma non meno importante il farmaco, ho ricominciato. 

Lino e Rossana mi sono stati vicini, come i maestri sanno essere, empatici e accoglienti, positivi e incoraggianti ‘dal punto di vista dell’insegnamento questa è un’ esperienza impagabile, pensa a cosa potrai trasmettere agli allievi che si piangono addosso per molto meno.’ Sono tornata alla mezza serie e gradualmente a finire la Prima. Anche cercando tra i vari testi disponibili sull’Asthanga Yoga, nessuno parla di come gestire la pratica quando il corpo non ti segue più come prima. Molto ascolto del corpo e niente dogma, quando il dolore è troppo solo saluti al sole e fondamentali. Adesso va meglio, con il farmaco i dolori sono diminuiti, a iniziare da quelli più nuovi – le ginocchia- per proseguire con gli altri che negli ultimi anni si erano accumulati e con cui avevo imparato a convivere fino a che non sono diventati ingestibili. E’ ancora tutto molto nuovo, in trasformazione e non so come evolverà. Immagino dovrò fare come i primi Yogi nelle caverne dell’Himalaya che avevano come strumenti soltanto i loro corpi per sintonizzarsi sull’energia e inventare e affinare le tecniche che poi hanno trasmesso a noi: Cosa succede se trattengo il respiro? Cosa succede se mangio in un certo modo? Se mi muovo in asana?  E così è nata la pratica. Cosa succede se continuo a praticare in questa nuova fase della vita? Queste settimane in India saranno sicuramente rivelatrici. La prima è andata bene, la Prima Serie l’ho recuperata, oggi per la prima volta in parecchi mesi ho ricominciato la Seconda… Watch this space.

venerdì 9 gennaio 2026

Di Primo Chakra e Altre Cose




 E come sempre una volta arrivati qui con corpo e mente tutto ha senso. Venendo dall' Europa si atterra generalmente di notte. Uscendo dall'aeroporto ti investe l'aria torrida e umida, venendo dall'inverno europeo è uno shock al sistema e il respiro si deve aggiustare alla diversa densità dell'aria. La notte che sono arrivata io c'era una bellissima luna, grande e arancione, ad accogliermi, oltre al sorriso di Mr Thampi, il cugino di Bijoy che ci porta in giro nel suo taxi che ormai è una leggenda e probabilmente prima o poi meriterà un post a parte. La mattina dopo per prima cosa si vanno a cambiare gli euro nel solito ufficio ai bordi della giungla, gestito apparentemente in solitaria da una bella ragazza con la lunga treccia e il sari, che dispensa rupie ad un cambio favorevole. A seguire si compra l'acqua, il sapone per lavare il bucato nel secchio e qualche altro articolo di prima necessità. Quando e dove mangiare diventano le principali preoccupazioni giornaliere, insieme alla pratica e alla spiaggia, tutto molto primo chakra. Si torna alle origini, a questioni di sussistenza primaria che a casa, nella vita di tutti i giorni, spesso passano in secondo piano rispetto al lavoro e alle varie incombenze che, percepite come più importanti, riempiono le giornate. A volte a casa, presi dalla routine giornaliera, si saltano i pasti, spesso non ci si ricorda neanche che cosa abbiamo addentato di fretta tra un impegno e l'altro, buttando giù integratori nella speranza che ci sostengano e vadano a compensare quello che manca a causa della fretta, qui si ritorna a se stessi in un senso molto fisico, ci si riconnette con il proprio corpo e i propri bisogni seguendo il proprio ritmo naturale.

La mattina dopo il mio arrivo mi sono svegliata spontaneamente in tempo per una breve pratica, così salite le due rampe di scale che mi separano dalla shala, mi sono presentata con il tappetino in spalla. Dopo un abbraccio di benvenuto Lino mi ha fatta subito entrare - 'mettite là che altrimenti ti addormenti' - e lentamente ho praticato la mezza serie, niente di più per dare il tempo al corpo di abituarsi al nuovo clima e al nuovo fuso e per scrollarmi di dosso le ore di viaggio. Sono arrivata al mese di Dicembre molto stanca, fisicamente e di testa. E' stato un anno pesantissimo, in cui mi sono trovata più volte prepotentemente testimone della fragilità della condizione umana. Amici cari con diagnosi infauste, la scomparsa di un allievo, di una vicina di casa 'amica di cane' poco più grande di me, ogni mese ce n'è stata una. Quando mi sono trovata al funerale di quello che era stato il mio ragazzo l'anno della maturità è stato particolarmente duro scontrarmi con la transitorietà della vita. In passato ho sentito definire l'età tra i 50 e i 65 anni come 'il vicolo dei cecchini': è un'immagine forte, ma rende l'idea. Una volta superati i 65 le cose si calmano, ma in questa fase la malattia coglie come un fulmine a ciel sereno. Alimentazione, attività fisica, Yoga, facciamo di tutto per mantenerci in forma e scongiurare la fine, ma  non basta. La scienza dice che abbiamo tutti già scritto nei cromosomi una data di scadenza e niente che possiamo fare ci farà guadagnare altro tempo. Si tratta di arrivare a quel momento nelle migliori condizioni possibili per avere una buona qualità di vita, ma non abbiamo alcun potere di allungarla. Vita sana, pratica quotidiana, alimentazione yogica, eliminazione di comportamenti tossici e auto danneggianti... Va tutto bene, ma credo che a volte si corra il rischio di cadere nel giudizio, facendo di un certo stile di vita una virtù e per contro considerando una colpa il non seguire un certo regime, quasi a dire che se una persona si ammala, in fondo è colpa sua. Brutte cose accadono anche a chi non se lo merita, come Andrea che è sempre stato uno sportivo e, bello come il sole, era l'immagine della salute. Come Maria Grazia, che non si è mai vaccinata contro il Covid e ogni giorno faceva delle passeggiate lunghissime con il suo cane. Come Marco che era vegetariano e praticava Ashtanga Yoga. Brutte cose capitano anche alle brave persone.




mercoledì 7 gennaio 2026

Viaggi spazio-tempo



Sincera? Questa volta sarei rimasta volentieri a casa. Il 3 Gennaio è la mia data di partenza ogni anno, mai prima perchè sono una fan del periodo di Natale passato a casa. Il 2 è il giorno degli ultimi preparativi, il 3 si parte e a chi rimane il compito di mettere via gli addobbi. Le vacanze natalizie dividono il mondo in chi ha bisogno di partire a tutti i costi e chi invece crede ancora a Babbo Natale e nella magia della notte di San Silvestro, da passare in famiglia, con amici o anche da soli, ma sempre vicino a casa. Io faccio parte della seconda metà. E' il momento dei ritorni di figli e amici fuori sede, dello Schiaccianoci a teatro, della preparazione dei cappelletti romagnoli con mamma, zia, sorella, figlie, cugine e delle riunioni intorno al tavolo. Quei rapporti familiari imperfetti, che a volte ci fanno soffrire, ma dai quali comunque proveniamo e per questo sempre vale la pena recuperare. Non si tratta di risolvere niente durante le feste, nè di essere falsi, ma di deporre le armi e regalare presenza. Lo so che non abbiamo un rapporto idilliaco, lo so che non ci vediamo spesso durante l'anno, però adesso sono qui e voglio farti sapere che nonostante tutto, ci sono. Per me questo ha un valore, che ogni anno onoro con la presenza in famiglia e tra amici. Mi piace aprire loro casa, cucinare per loro e riunirli. Quest'anno mi è riuscito particolarmente bene, per cui arrivato il 3 Gennaio, stanca perchè comunque è un lavorone, con la voglia di divano e copertina, l'idea di andare dall'altra parte del mondo al caldo e lasciare tutti a casa non mi piaceva gran che. 'Ma chi me l'ha fatto fare?' è stato il mio mantra degli ultimi giorni prima della partenza e la risposta era lì nello specchio che mi guardava. Partivo da sola a questo giro, cosa che da una parte è bella perchè hai solo te stessa e i tuoi bagagli a cui pensare, dall'altra può essere un po' intimidante. Il bagalio era organizzato in tre parti:  essenziale, sopravvivenza e comodità, dove essenziale è la borsa con documenti, telefono, PC, carte di credito e skincare, sopravvivenza è il trolley da cabina con il tappetino da yoga, un paio di ciabatte, due cambi per la pratica e due cambi di vestiti, mentre comodità è la valigia imbarcata, con cambi extra e una quantità di cose da lasciare perlopiù in India: roba da mangiare, shampoo e bagno schiuma, camomilla, sgrassatore, spugnette e -ebbene sì- una scopa swiffer e i suoi pannetti. Un sacco di roba da trascinarsi dall'altra parte del mondo da sola! 

Superati i controlli di scicurezza a Cagliari, una volta seduta al gate mi è arrivata addosso quella che posso descirvere solo come una 'calma liquida', come se tutta la tensione e ansia degli ultimi giorni prima della partenza, tutte le resistenze, si sciogliessero improvvisamente, lasciando il posto a una stabilità e affermazione di intenti che sentivo nelle ossa e nei muscoli prima che nel cervello, una sensazione di totale presenza. Ancora una volta questa parola: presenza. In questo caso a me stessa, alla mia pratica, alla mia vita. Partita da Cagliari alle 4 del pomeriggio, una volta ritirato il bagaglio a Fiumicno ho rifatto il check-in con Etihad e aspettato il volo delle 10 di sera per Abu Dhabi. Arrivata a Zayed International Airport ho avuto un lunghissimo stopover di sette ore prima di poter prendere la coincidenza per Trivandrum. Il mondo degli Yogi con la valigia è piccolo: alla sala d'imbarco per Trivandrum ho incontrato Carla, una ragazza argentina conosciuta ad un precedente ritiro, che anche lei andava dove stavo andando io. Ci siamo riconosciute al primo sguardo attraverso una folla di passeggeri indiani, un sorriso e abbiamo iniziato a chiacchierare. Sebbene sia un' assistente di volo, per lei era la prima volta in India e veniva direttamente da Buenos Aires, da ancora più lontano di me, al workshop di Lino Miele a Kovalam Beach. Abbiamo fatto l'ultimo pezzo di viaggio insieme, ci siamo scambiate i numeri e in aeroporto a Trivandrum salutate, ciascuna a cercare il suo pick-up.   

Arrivata al Pecock Hotel - for the bold and the beautiful - Bijoy mi aspettava con il suo benvenuto sorridente e dopo le formalità di registrazione mi ha accompaganta in camera. A quel punto l'ordine dei bagali si è rivoluzionato e scopa swiffer e sgrassatore sono stati elevati a livello di essenziali. Dopo una breve chiacchierata con Rossana, sedute al fresco notturno poco prima della sua partenza per il rientro in Italia, ho iniziato a pulire la stanza e non ho smesso fino a che non fossi soddisfatta di poter camminare scalza senza dovermi lavare i piedi dopo ogni passo e potessi usare il bagno senza prendermi il colera. Quando mi sono finalmente stesa sul letto ho realizzato che erano più di 36 ore dall'ultima volta che mi ero distesa, su quello di casa mia. Stanca di sicuro, ma totalmente presente, ero finalmente arrivata in India, lasciando l'Europa e il Natale al loro giusto spazio-tempo.