lunedì 13 ottobre 2014

Stairway to Goa (And my spirit is crying for leaving)



Sembrava una buona idea quando ho deciso otto mesi fa, a poche settimane dalla partenza cominciano i sudori freddi e i risvegli notturni 'Ma chi me l'ha fatto fare? Sicura che fosse proprio necessario?' Ormai è uno schema collaudato, la mia vita va a cicli di circa cinque anni, dopo i quali tutto o larghe fette cambiano o subiscono grandi scosse, ogni tanto apparentemente inutili, anche se poi alla lunga tutto ha un senso, alcune più costruttive. Questa volta la scossa si presenta in forma di un mese in India, da sola (regolare ventata di indipendenza parte delle fisiologiche scosse quinquennali), per prendere un'altra certificazione yoga: da Himalaya Yoga Valley. Scossa decisamente costruttiva stavolta, anche dal punto di vista odierno. E' stato più o meno un anno e mezzo fa quando, entrando per pranzo in uno dei miei posti preferiti a Cork, ho sollevato gli occhi e visto la targa di Himalaya Yoga Valley. Già completato il mio percorso di formazione-insegnanti di power yoga in Italia, mi ero nel tempo sempre più avvicinata all'ashtanga, usando il power come base solida e i seminari di Iyengar come scaletta a pioli quando i muri contro i quali regolarmente mi trovavo a sbattere diventavano troppo alti da superare, o meglio quando la mia impazienza occidentale mi impediva anche solo di vedere un modo per superarli o girarci attorno. Grazie all'Iyengar riuscivo a passare al livello successivo, sbloccavo posture che con le sequenze di vinyasa non ero riuscita ancora a capire, ma che, una volta conquistate grazie alla guida dell'insegnante Iyengar, diventavano mie e potevo tranquillamente inserire nella mia pratica personale. E' stato un cammino a gradoni, imparavo fino ad un certo punto, raggiungevo un plateau e mi fermavo il tempo necessario per assimilare e sedimentare, una volta che fisico e testa avevano assorbito gli insegnamenti, proseguivo verso il livello superiore. Non ci sono tempi definiti, a ciascuno i propri, il progresso al livello successivo è determinato solo dal livello di pratica. Le posture sono come delle porte: fino a che non le apri non puoi passare oltre. La mia scala portava comunque tutta verso la stessa meta: l'ashtanga. 
'Yoga form the Source' recitava la targa. Mi ricordo di essere rimasta perplessa, non capendo la precisazione, ma i nomi delle classi che offrivano, 'bridge to peak' 'peak to power' 'bridge to peak-flow' 'ashtanga primary series', risuonavano decisamente come i passi sui gradini della mia scala. Entrai d'impulso per prenotare un posto nelle classi che mi interessavano. Mi accolse alla reception una signora bionda e a piedi nudi alla quale chiesi più informazioni su corsi e insegnanti. 'Le classi di ashtanga sono tenute tutte dal nostro direttore, Lalit Kumar.' Solo a sentire il nome sono rimpicciolita di qualche centimetro 'Uh, OK... spero di essere in grado di seguire.' Maeve, così poi ho scoperto si chiamasse la signora, mi sorrise dolcemente, 'non preoccuparti, Lalit è capace di insegnare yoga anche a chi è in sedia a rotelle.' E da lì è cominciata la mia storia con Himalaya Yoga Valley e la scala per raggiungere il piano ashtanga ha bruscamente deviato verso Goa e l'India. 
Due mesi fa ho prenotato il volo per Goa tramite Tiziana di Visos Viaggi. Mi ha chiesto se avessi qualche preferenza di itinerario o compagnia aerea, 'una che non cada e che possibilmente passi da aeroporti in cui non posso perdermi.' 'Qatar, da Doha,' è stata la sua risposta immediata. Quando poi la stessa Tiziana mi ha comunicato che per ottenere il visto ci sarebbero volute due settimane, una familiare sensazione di panico si è impossessata di me, retaggio di otto mesi in giro per il mondo in cui il passaporto era il bene più prezioso. 'Non posso separarmi dal passaporto per due settimane.' 
'Perchè? Pensi di dover andare a New York su due piedi?' 
'No'
'E allora? Sei in Italia, se ti sposti puoi usare la carta d'identità...'
'Non mi va di separarmi dal passaporto per due settimane' 
'Ci vuoi andare in India?'
'Si!'
'E allora dammi il passaporto!' Gliel'ho allungato con riluttanza e mi sono pazientemente preparata all'attesa. Oggi finalmente, dopo le due settimane promesse il passaporto è tornato a casa e mi sento di nuovo intera.
Adesso è il momento delle liste sparse per casa, medicine, capi di abbigliamento, sapone da bucato, tappetino da yoga, copie del passaporto (di  nuovo l'ossessione ricorrente!), se ben ricordo continueranno ad aggiungersi articoli fino all'ultimo momento, sicuramente ne lascerò la metà a casa pensando 'ma si dai, basta la carta di credito, non stai mica andando nella giungla!' ... tranne che stavolta sto andando nella giungla! Mandrem Beach, a nord di Goa non ha praticamente niente, un villaggio di pescatori, una spiaggia e la giungla. 
Dopo qualche tentennamento mi sono messa a scrivere sul mio vecchio diario di viaggio. Non entravo da secoli e non mi ricordo neppure bene come funzioni, ma spero di riprendere la mano, sia con le parole che con la tecnologia. L'intenzione è quella di continuare a postare dall'India e documentare questo nuovo percorso... Che mi fa realizzare di aver appena aggiunto un'altra voce alla mia lista, il laptop. Impensabile scrivere dallo smart phone, di nuovo vecchi ricordi si affacciano alla mente, di aggeggi infernali che crollavano sul più bello cancellando tutto ciò che avevamo faticosamente scritto, l'esperienza insegnerà pur qualcosa. Stavolta mi porto il computer, da casa anzi che comprarne uno a metà strada. Ci sarà una connessione nella giungla? Dopo averne trovate sulle Ande, nel deserto cileno e nel 'Bel Niente neozelandese', sono fiduciosa!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ti stimo per la forza ed il coraggio di non fermarti mai.

Raccontaci altro, voglio conoscere le tue avventure :)

Roberta P.

Letizia ha detto...

Roberta! Grazie e brava per aver abbracciato la nuova (vecchia!) tecnologia. Connessione permettendo, continuerò a documentare questo viaggio, fisico e interiore. Contenta di averti tra i lettori coraggiosi :-)